L’ultima Janara
Tratta da una storia vera, L’ultima Janara nasce dall’incontro tra un giovane giornalista e una donna centenaria che custodisce una voce antica, la voce di una janara vissuta tra il XV° e XX° secolo, sopravvissuta ai roghi e al tempo.
La vicenda si svolge nel cuore del Sannio, là dove ancora si sussurra del Sabba celebrato sotto il grande Noce di Benevento, il luogo in cui la leggenda affonda le sue radici più oscure e dove il confine tra fede e superstizione si dissolve come cenere nel vento.
L’ultima Janara è il racconto di quella voce che rinasce dalle fiamme e dal silenzio che la circonda, un viaggio nel cuore segreto del Sud, dove la memoria arde sotto la superficie delle cose ed il mistero continua a respirare, lento ed ostinato, tra le ombre della notte, come una verità che non ha mai smesso di esistere.
Le Janare di Benevento
A Benevento e nei paesi limitrofi, la notte non è mai stata solo buio. C’è sempre stato qualcosa che respirava tra i vicoli stretti, tra le pietre umide e le colline che circondano la città come un abbraccio antico. Le janare non nacquero all’improvviso come creature malvagie, ma come donne che conoscevano il tempo delle erbe, il silenzio degli animali e il linguaggio della luna.
Si racconta che tutto avesse un centro invisibile, un punto di convergenza sotto il grande Noce di Benevento. Non era solo un albero, era una soglia. Di giorno appariva come un tronco contorto e immobile, di notte diventava un luogo di passaggio. Le donne vi arrivavano in silenzio, senza rumore di passi, come chiamate da una voce che nessun altro udiva. Non sempre erano giovani, non sempre erano belle, ma avevano negli occhi una luce difficile da spegnere. Non danzavano per sfida, ma per ricordare. Ogni gesto era un frammento di sapere antico, un filo che teneva insieme terra e cielo.
Col tempo qualcuno iniziò a temerle. Le mani che conoscevano i rimedi divennero sospette. Le parole sussurrate davanti ad un neonato febbricitante si trasformarono in formule proibite. Le janare furono accusate di volare, di entrare nelle case passando sotto le porte, di sedersi sul petto dei dormienti rubando il respiro. Forse era solo il peso delle paure notturne a dare loro quel volto. Forse era più semplice dare un nome al buio che affrontarlo.
Nelle campagne si diceva che intrecciassero le criniere dei cavalli lasciando nodi impossibili da sciogliere, che conoscessero il segreto del vento e il ritmo delle stagioni. Qualcuna sosteneva di averle viste attraversare la nebbia senza lasciare impronte, altre giuravano di aver ricevuto da loro una guarigione inattesa. In ogni storia la janara era insieme minaccia e salvezza, ombra e protezione.
Col passare dei secoli la città cambiò, ma il sussurro restò. La figura della janara si fece leggenda, poi simbolo, poi memoria collettiva. Non più soltanto strega da temere, ma donna che custodisce un sapere laterale, fragile e potente. Ancora oggi, quando il vento scende dalle colline e accarezza i tetti di Benevento, qualcuno pensa che non sia solo aria. È il ricordo di quelle donne che camminavano nella notte senza chiedere permesso, fedeli ad un fuoco che non aveva bisogno di essere visto per continuare a bruciare.